Quello che attrae nei personaggi del nuovo romanzo di Francesca Scotti, Nessuno conosce Sayuki (Bompiani), è la loro attenzione vigile, quasi elettrica, che per difesa può essere dissimulata sotto una mondana efficienza, può diventare persino reticenza voluta. Ma è il loro continuo tentativo di leggere e prevedere il reale, al di là della quotidianità dei segni occulti e manifesti, che conquista. L’attitudine a interpretare indizi più o meno rilevanti, attraverso una ipersensibile e minuziosa ricognizione.
Questa attenzione appuntita si incarna, in differenti dosi, in una famiglia molto borghese e colta, composta di madre e tre figli adulti, che nell’incipit ci viene presentata sull’orlo di una frattura. Il maggiore dei figli, Vittorio, annuncia quasi seraficamente alla madre la separazione consensuale dopo sette anni all’apparenza felici dalla consorte giapponese Sayuki. Sayuki che è una figura particolare e in qualche modo (detto non in senso volgare) esotica.
La ragazza giapponese Sayuki, centro vuoto – perché si scopre ignoto agli altri – del romanzo, forse conosce già tutte le implicazioni dell’esistenza, poiché è nata da una cultura diversa e più spirituale della nostra. Sayuki aveva una nonna che le ha insegnato, quand’era bambina, a porre attenzione al “mondo invisibile”: accade in un capitolo nitido e prezioso che potrebbe anche essere un racconto a sé. Scotti è molto abile pure sulla breve distanza, dove le immagini che evoca, qui il corvo e il merlo, insieme ad altri animali – ce ne sono sempre tantissimi nei suoi libri -, possono assumere anche un valore (sia detto senza enfasi e per condensazione) simbolico perché poetico.
Comunque. Non appena incontriamo Sayuki nelle pagine del romanzo, rimaniamo stupiti o invidiosi perché ogni volta scopriamo “quello che sa” – per esempio il significato dei fiori e delle piante del suo ordinatissimo e rigoglioso negozio. “Il tempo delle piante è lento, è un tempo da ascoltare”. “Anche loro attraversano più fasi delle vita, l’infanzia, l’adolescenza, la vecchiaia”. Per esempio: ora che Sayuki ha deciso di chiudere una fase della vita, il matrimonio con Vittorio – ma lo ha deciso lei? Che cosa è realmente accaduto tra i due? C’era poi bisogno che, come pensano gli occidentali, accadesse qualcosa? – sceglie la crudeltà della potatura, un atto “spiacevole ma necessario, perché se il taglio da un lato può garantire uno sviluppo migliore della pianta, dall’altro è una ferita aperta”.
Comunque. A sorpresa, Sayuki invita anzi convoca tutti a pranzo, un sabato a mezzogiorno nell’abituale ristorante giapponese, per prendere congedo. Desidera spiegarsi bene o vendicarsi di qualche torto? O semplicemente vuole fornire la sua versione? Sarà una (occidentale) resa dei conti? Oppure le si è rivelato semplicemente e profondamente qualcosa di “potente e splendido” che è incominciato a nascere?
Il pranzo è, anzi dovrebbe essere, l’atto finale, il capitolo verso cui convergono a caccia di verità tutti i personaggi del romanzo, appesantiti dai dubbi e dalla propria dose d’insicurezza. Ognuno – e qui sta l’abilità di Scotti nel raccontare – sul punto di rifare i conti, dentro di sé, con un segreto del passato con cui credeva di poter convivere senza esplicitarlo agli altri. Ognuno pronto a rammentarci che il risvolto dell’attenzione è la vulnerabilità, la possibilità di essere feriti, colpiti da chi vive con noi, da chi ci vive intorno e da ciò che come un bagaglio pesante ci portiamo appresso.
Francesca Scotti in Nessuno conosce Sayuki ha percorso un nuovo tratto di strada coerente con la sua ispirazione, un passo quasi giudizioso nell’inanellare prosa cristallina e i temi forti della sua crescita autoriale. Ha scritto romanzi d’amore e formazione, come il molto musicale Il cuore inesperto (Elliot), cronache di adolescenziali e irriducibili sfide in Ellissi (Bompiani), storie in cui misura l’adultità e la tenuta degli affetti (Capacità vitale, Bompiani), saggi geografico-narrativi sul Giappone (l’atalante Shimaguni, sempre per Bompiani) che le hanno permesso, insieme a una più che decennale permanenza nel Paese del Sol Levante di avvicinarsi, con pudore e senso del magico a una sensibilità orientale, oppure ha regalato racconti fulminanti e prepotentemente contemporanei come quelli de Il tempo delle tartarughe (Hacca). Nessuno conosce Sayuki è il momentaneo coronamento di un discorso articolato e complesso, che si scioglie nel momento in cui seguiamo Scotti e ci sediamo a tavola curiosi dell’invito di Sayuki e suo.
- Francesca Scotti è stata tra gli amici di Allonsanfàn fin dai primi post (credit foto: Jessica Pivetta)