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Autoritratto di Davide Enia. Cosa Nostra e la quotidianità del male

A Palermo tutti possediamo una costellazione del lutto in cui le stelle sono persone ammazzate da Cosa Nostra. Davide Enia introduce così il suo Autoritratto, presentato alla stampa e in scena al Piccolo Teatro Grassi fino al 17 aprile.

Tra orazione civile e racconto personale, lo spettacolo, rappresentato la prima volta al Festival di Spoleto e con le musiche di Giulio Barocchieri, affronta il tema di Cosa Nostra per tracciare un autoritratto intimo e collettivo di una comunità costretta a convivere con la continua epifania del male.

Nel suo romanzo di esordio, Così in terra, uscito nel 2012 e ripubblicato nel 2023 da Sellerio, Enia scriveva: Se c’è una cosa che la mafia non ha, ed è quello che prima o poi la fotterà, è la capacità di capire la bellezza. Là dove bellezza è da intendersi non come vuoto estetismo ma come capacità di fare a meno del superfluo, per andare dritto al cuore della realtà.

Partendo dalla cronaca degli anni Ottanta e dalle bombe del 1992, Autoritratto racconta i continui incontri con Cosa Nostra: i cadaveri per strada, le persone conosciute uccise dalla mafia, l’apparizione del male, «il sacro nella sua declinazione di tenebra», alla quale Enia risponde con un lavoro «che è tragedia, interrogazione linguistica, processo di autoanalisi personale e condiviso». E, insieme, anche orazione civile, confronto con lo Stato, domande a Dio.

Davide Enia Autoritratto

Davide Enia, 50 anni, nato a Palermo dove è tornato a vivere dopo una parentesi romana, affronta quella che definisce la nevrosi dei palermitani nei confronti della criminalità organizzata. «La parola nevrosi riassume l’atteggiamento di chi ha sottostimato Cosa Nostra, l’ha minimizzata, l’ha banalizzata, l’ha negata, l’ha rimossa o l’ha mitizzata: ha fatto di tutto, insomma, pur di non affrontarla per quello che è». In una culla culturale in cui ’a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice – la miglior parola è quella non detta – che si configura come prima soglia dell’omertà.

«Affrontare per davvero Cosa Nostra» dice Enia «significa iniziare un processo di autoanalisi. Non volere quindi capire in assoluto la mafia in sé, quanto cercare di comprendere la mafia in me». Perché a Palermo «tutti quanti abbiamo pochissimi gradi di separazione con Cosa Nostra. Io, il primo morto ammazzato l’ho visto a 8 anni, tornando a casa da scuola. Conoscevo il giudice Paolo Borsellino, abitava di fronte casa nostra, sono cresciuto giocando a calcio con suo figlio. E padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia, era il mio professore di religione al liceo. Anzi, era il “nostro”, era il docente di migliaia di ragazzi e ragazze che frequentavano il liceo Vittorio Emanuele II».

Autoritratto fa parlare un’intera generazione, un’intera città, un intero bacino culturale che prova in qualche modo a confrontarsi con quanto è accaduto, a richiedere che venga raccontata la verità di quegli eventi.

Lo spettacolo nasce da un lungo lavoro di ricerca. «Oltre a consultare la sterminata letteratura sul tema, ho parlato con i miei coetanei di allora. Mi hanno aiutato molto tre funzionari, ora in pensione, della DIA, la direzione investigativa antimafia. Il mio è un lavoro che non può prescindere dalla pluralità delle voci anche perché non ho alcun ricordo del 23 maggio 1992, giorno in cui Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta furono uccisi a Capaci. In una città in cui tutti ricordano dov’erano in quel momento, cosa stavano facendo e con chi, io sono stato attraversato da un carico emotivo tale che mi ha trapassato e svuotato. Così, per quella parte dello spettacolo, l’unica ogni sera diversa, mi sono aggrappato ai ricordi degli altri, mentre di tutto il resto ho ricordi precisi».

In scena Enia, insieme a Giulio Barocchieri, porta le abbanniate, le urla dei venditori, che fanno pensare al mercato di Ballarò. «Le parole della prima abbanniata che pronuncio non sono casuali. Dicono “affacciatevi, tutti quanti, uscite sul balcone, scendete in strada…». E per sconfiggere la mafia serve un esercito «ma un esercito di maestri elementari. Ci devono essere una risposta culturale, nuove prospettive, condizioni di dignità che si creano con il lavoro, la scolarizzazione, rendendo ancora più accessibile la sanità».

Da Autoritratto è nato il libro, edito da Sellerio, Autoritratto, istruzioni per sopravvivere a Palermo, in libreria da pochi giorni.

  • Autoritratto, di Davide Enia, musiche di Giulio Barocchieri, coproduzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna Teatri, Spoleto Festival dei Due Mond, con il patrocinio di Fondazione Falcone
  • Credit foto: © Fondazione Festival dei Due Mondi, Andrea Veroni
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