Abbiamo palpitato insieme a László Tóth, ma onestamente, quanto sappiamo dell’Ungheria dei primi del Novecento, patria dell’architetto protagonista di The Brutalist? È il momento adatto per tornare a chiacchierare con János Székely, un signore ebreo ungherese nato a Budapest nel 1901, che nel 1940 vinse un Oscar come miglior sceneggiatore. Il film s’intitola Arise, my love, commedia romantica con Claudette Colbert e Ray Milland, uno scoppiettante duetto tra un pilota e una giornalista, ambientato durante la Guerra Civile spagnola. Il genere di pellicole che presuppongono scrittura brillante, ma anche conoscenza della Storia. Che presuppongono…“europeitudine”, si potrà dire? Se consideriamo il fatto che Székely fu invitato a lavorare a Hollywood nel 1934 da Ernst Lubitsch, il re assoluto delle commedie brillanti, sì, essere nati nella Vecchia Europa ammaccata dalla Prima Guerra Mondiale aiutava.

La biografia di Székely è un romanzo, e infatti l’ha scritto, s’intitola Tentazione (Adelphi), non è un’ultima uscita, ma è un libro da leggere assolutamente, un grande romanzo di formazione che entra di diritto nella lista di quelli che cambiano la vita. Prendiamo una situazione da Novecento: sei un adolescente, ti viene l’influenza col febbrone, devi stare a letto, non esistono ancora Netflix e i cellulari, l’unico televisore di casa è acceso su una telenovela perché è venuta la nonna di una volta a curarti, mentre i tuoi sono al lavoro. Afferri un libro a caso dalla libreria di famiglia, quasi per disperazione, e quel libro è Oliver Twist, Tom Sawyer, Martin Eden. O Tentazione, perché il livello è questo, garantito, quindi leggetelo anche se non siete più adolescenti del Novecento e godete di ottima salute.
In Tentazione si racconta la storia di Béla da quando è nella pancia della mamma sedicenne che lo vorrebbe abortire. Capirete subito che si parte in salita, specie perché siamo nell’Ungheria rurale della prima metà del Novecento, che è come dire all’inferno, povertà assoluta, fame da lupi, completo disprezzo per i bisogni dell’infanzia, e al potere, il fascista Miklós Horthy.
Béla viene mollato dalla madre in una sorta di orfanatrofio locale, gestito da “zia Rozika”, ex puttana incattivita che lo prende subito in antipatia: «Che facia fai? Pari asasino», è la cosa più carina che gli dirà in anni e anni di angherie. La madre, ancora scioccata per essere stata sedotta e abbandonata alla velocità della luce dal bel Minsk, sangue caldo e fascino irresistibile, lo viene a trovare da Budapest solo quattro o cinque volte l’anno, ma ovviamente i due non sanno neppure cosa dirsi e l’imbarazzo palpabile di Béla, l’amore represso sotto strati di rancore, sono descritti con sublime efficacia.
Béla impara a sopravvivere. Soprattutto, impara che da una parte ci sono i signori, dall’altra i “proli”, i proletari, contadinotti poveri in canna, che abbozzano sempre e che solo a forza di botte talvolta riescono a conquistare il diritto a non morire entro i dieci anni di vita. La fame di Béla, la fame dei poveri, il freddo, le malattie, entrano sotto pelle.
Eppure, tutto il romanzo è venato d’incredibile ironia, del resto il Nostro poi è andato in America a scrivere commedie! Sempre, anche nei momenti più duri, gelidi e bastardi, vicino a lui, “lo scoiattolino ridacchiava”, ci racconta Béla. Lo scoiattolino è la parte che resta indomabile. “Non mi avrete!”, sembra dire Béla, e la gente si accorge di chi possiede questa resilienza – bello poter usare questo termine abusato in un contesto adatto – s’accorge e ti odia proprio per questo. Come osi non cedere come tutti gli altri? Come osi continuare a vedere il bicchiere mezzo pieno, anche quando piangi disperato? Béla si rifugia nella fantasia, sogna di vendicare i suoi pari come il re dei briganti ungheresi Sándor Rózsa. Ci s’indigna e si soffre molto per lui, certo, anche quando viene recuperato dalla madre e portato a Budapest, in città, dove inizia a lavorare come uno schiavo – gratis, è apprendistato – in un lussuoso albergo con signori che buttano il cibo che basterebbe a sfamare l’intero quartiere proletario dove abita.
A quel punto, Béla ha però già avuto la sua benedizione: gliel’ha data al villaggio “l’Illustrissimo signor maestro”che s’è battuto perché anche lui potesse andare a scuola. L’Illustrissimo – tutti coloro che non sono proli per un “proli” ovviamente sono Illustrissimi – è comunista, ha baffoni neri come Stalin, beve per dimenticare l’amore clandestino con la moglie del Conte, per dimenticare di vivere in un Paese dove regna l’ingiustizia sociale e dove prima o poi, più prima che poi, anche lui finirà male. Quel ragazzetto voglioso d’imparare a leggere e scrivere lo intenerisce, ne fa il suo allievo migliore e gli cambia la vita. C’erano una volta maestri che potevano cambiarti la vita.

C’era una volta, e ci sarà sempre, anche l’amore. Più che i rudimenti di comunismo che Béla riceve da un collega di lavoro, agiscono feroci i palpiti amorosi. Al paesello, s’innamora di Sàrika, una bimba negletta in quanto ebrea, ma persino lei, nella piramide del disprezzo sociale, è un gradino più in alto del figlio di nessuno.
Poi, arriva meravigliosa l’americanina Patsy, figlia di un cliente dell’albergo, che con l’allegra disinvoltura del suo Paese natio, non disdegna affatto di fare amicizia con il boy dell’ascensore. È l’estasi, il sogno. Nei loro teneri discorsi sui massimi sistemi, per Patsy è tutto semplice, se le cose in Ungheria non vanno, «Voi caccia Governo e fine!». C’è il risveglio dei sensi offerto dall’Esimia signora, una ricca cliente dell’albergo che si trastulla con tutti i boy, desiderata e odiata allo stesso tempo.
Mutuando i colpi di scena dei romanzi d’appendice, per qualche tempo Béla annusa persino il profumo di famiglia che aveva agognato invano da bimbo. C’è molto, molto altro in Tentazione, e quando dopo 787 pagine arriva il the end, è davvero difficile non urlare: “Ancora!”.
Nella foto di apertura, Budapest anni Trenta